12 settembre, 2013
Nel
leggere un dato statistico, il buon senso raccomanda di considerare il
quadro di riferimento entro il quale si colloca. Se lo si collega
all’insieme dei fenomeni di cui è espressione, il dato è comprensibile e
istruttivo. Se lo si enuclea, è probabile che lo si fraintenda
vanificandone l’importanza. È una regola banale, che tuttavia
l’informazione raramente osserva. Soprattutto quando si tratta di
economia e quando c’è di mezzo la grande crisi che sta rivoluzionando le
nostre vite. Argomento principe dei notiziari e delle prime pagine, per
mezzo del quale viene compiendosi una gigantesca operazione egemonica
capace di produrre consenso alla trasformazione americanista del modello
sociale europeo.Naturalmente non avviene per caso che i dati economici che strutturano la grande affabulazione sulla crisi siano sistematicamente comunicati – propagandati – fuori contesto. Producendo cifre isolate è facile piegarle a interpretazioni arbitrarie, servirsene per portare acqua al mulino del «rigore» finanziario. Così accade da cinque anni a questa parte, dacché veniamo bombardati da numeri magici come se fossimo tutti diventati esperti di borsa e di finanza, mentre siamo soltanto trattati come utili idioti. Lo storico di domani avrà buona materia di studio se vorrà indagare il ruolo-chiave dei mezzi d’informazione in questa transizione postdemocratica. Siamo ricchi, collettivamente parlando. Nei cosiddetti paesi avanzati affoghiamo tra merci supertecnologiche a basso costo. Nonostante tutto l’Italia figura ancora ai primi posti nelle classifiche mondiali dei paesi affluenti. Ma ci stiamo serenamente persuadendo di essere poveri, sommersi da debiti, colpevoli di aver «vissuto al di sopra delle nostre possibilità», quindi meritevoli di sacrifici ed espropri.
Un ultimo esempio di manipolazione dei
dati economici è l’uso terroristico delle stime Ocse sulle prospettive
economiche dei 7 grandi. Mentre tutti gli altri hanno virtuosamente
ripreso a crescere, l’Italia – ci siamo sentiti ripetere in questi
giorni sino alla nausea – è l’unico paese (vizioso) a registrare anche
nel 2013 un Pil in calo (-1,8%). Punto. O meglio, questo dato è subito
ricondotto a una spiegazione inoppugnabile (scarsa produttività, scarsa
competitività) e a una ricetta – la solita da quarant’anni – di
«evidente» ragionevolezza. «Collegare i salari alla produttività», nella
formula esoterica di Pier Carlo Padoan, attuale capo economista
dell’Ocse; «fermare i salari italiani», nella versione volgare e
schietta di Otmar Issing, suo predecessore negli anni pre-crisi. Fine
delle trasmissioni.
Ma una seconda regola di buon senso –
anch’essa puntualmente violata – dice anche che di fronte a un’anomalia è
bene domandarsi se essa è l’unica o una tra le tante. Può darsi che, se
l’Italia si distinguesse solo per la mancata crescita, chi la pensa
come Padoan (quasi tutti quelli che contano) avrebbe ragione, nonostante
i salari italiani siano già tra i più bassi dell’eurozona (e al
dodicesimo posto nell’Europa a 28). Ma non è così. C’è oggi e da un buon
quarto di secolo un nuovo «caso italiano» di segno opposto rispetto a
quello degli anni Settanta. L’Italia vanta molti altri record che
configurano una situazione peculiare. E che dovrebbero essere tenuti in
considerazione quando si parla del Pil e delle sue performances. Sempre
che si intenda capire e non semplicemente turlupinare il prossimo.
Quali dati? Due in particolare. Il
primo, riferito al terreno della produzione, è la scarsità degli
investimenti delle imprese nella ricerca per l’innovazione tecnologica,
dalla metà degli anni Ottanta stabilmente inferiori, in Italia, alla
soglia cruciale del 2% del Pil. Il che da una parte consegue al nanismo
della stragrande maggioranza delle imprese e all’assenza cronica di una
politica industriale che governi la dinamica della struttura produttiva;
dall’altra genera effetti perversi, non soltanto sul piano economico
(dipendenza dall’offerta estera di alta tecnologia; incapacità di
anticipare la domanda di beni e servizi; caduta di competitività e
perdita di quote del commercio internazionale) ma anche sul terreno
sociale, poiché l’arretratezza e la staticità della struttura produttiva
si riflettono sulla distribuzione dei redditi, accrescendo il tasso di
ineguaglianza e riducendo quello della mobilità sociale.
Il secondo dato riguarda il debito complessivo. Si parla sempre soltanto dell’elevato debito pubblico italiano (prossimo ormai al 130% del Pil) ma ci si guarda bene dal ricordare il (relativamente) basso debito privato (in particolare delle famiglie), che in Italia si attesta sul 42% del Pil contro il 51 della Francia, il 63 della Germania e il 103 del Regno Unito. Come se i due fenomeni non fossero interconnessi e non costituissero nel loro insieme il punto di caduta della politica economica del paese.
Il secondo dato riguarda il debito complessivo. Si parla sempre soltanto dell’elevato debito pubblico italiano (prossimo ormai al 130% del Pil) ma ci si guarda bene dal ricordare il (relativamente) basso debito privato (in particolare delle famiglie), che in Italia si attesta sul 42% del Pil contro il 51 della Francia, il 63 della Germania e il 103 del Regno Unito. Come se i due fenomeni non fossero interconnessi e non costituissero nel loro insieme il punto di caduta della politica economica del paese.
Non sono, questi, i soli dati rilevanti,
naturalmente. Né i soli che definiscono la peculiarità della situazione
italiana. Si potrebbe continuare a lungo, ricordare disordinatamente il
più alto tasso di disoccupazione giovanile (a fronte di una percentuale
di giovani formati sul totale della popolazione inferiore alla media
europea); il basso tasso di utilizzo degli impianti (contro un orario di
lavoro medio tra i più alti d’Europa); un indice di disuguaglianza
simile a quello degli Stati Uniti (metà della ricchezza nazionale
concentrata nel 10% più ricco); l’incidenza delle mafie, del sommerso
(il 17,4% del Pil) e dell’evasione fiscale (120 miliardi di reddito
sottratto al fisco); il record di privatizzazioni, delocalizzazioni,
pressione fiscale sul lavoro dipendente, trasferimenti pubblici a fondo
perduto a beneficio dei privati (metà della capitalizzazione della Fiat è
costituita da capitale pubblico) e, perché no, il record della quota di
reddito bruciata nel gioco d’azzardo. Il punto è che tutti questi
indici riportano ai due aspetti sopra citati (l’arretratezza tecnologica
dell’industria e la composizione del debito), nella misura in cui
anch’essi riflettono conseguenze sistemiche di un assetto economico
fragile e inefficiente, figlio di una struttura sociale sempre più
iniqua.
Che cos’è infatti un paese in cui
l’ambito pubblico va in rovina mentre il privato prospera a sue spese,
un paese che manda in malora (o svende) la propria industria e sacrifica
le proprie migliori risorse umane e materiali (taglieggiando i redditi
da lavoro e riducendo la base occupata senza uno straccio di politica
industriale) pur di remunerare il capitale privato a dispetto del suo
mancato concorso allo sviluppo dell’apparato produttivo nazionale? Che
cos’è un paese siffatto e che cos’è la classe dirigente che ne
compromette in tal modo le sorti? Il quadro è chiaro. La mancata
crescita italiana non deriva dall’incontinente avidità degli operai, ma
dalla soffocante manomorta della rendita che si mangia quote crescenti
di capitale. La borghesia italiana non ama il rischio, né quello sociale
né quello d’impresa. Ama la precarietà altrui, non certo la propria.
Per questo viene feudalizzandosi, disinvestendo dalle funzioni
produttive per concentrarsi sulla speculazione fondiaria e finanziaria.
Questo dice il dato Ocse sulla mancata crescita. Che in ultima analisi suggerisce di riflettere sulla deficitaria modernizzazione italiana e sulla struttura familistica del nostro capitalismo e delle nostre istituzioni. Di tutto questo si tratterrebbe di discutere soprattutto a sinistra (se esistesse una sinistra in condizione di farlo). E probabilmente se ne discuterebbe sulla grande stampa, se i padroni dell’informazione non fossero tra i beneficiari di questo stato di cose. Dovendosi invece tenere il paese sotto il giogo di una classe dirigente parassitaria e irresponsabile, lo si deve innanzi tutto mantenere nell’ignoranza. Gli si debbono raccontare storie, ammannire dati truccati o sconclusionati. E poco importa se, di questo passo, il paese si ritroverà ben presto a giocare il ruolo della colonia, al quale del resto l’Unione europea a guida franco-tedesca l’ha prontamente destinato.
Questo dice il dato Ocse sulla mancata crescita. Che in ultima analisi suggerisce di riflettere sulla deficitaria modernizzazione italiana e sulla struttura familistica del nostro capitalismo e delle nostre istituzioni. Di tutto questo si tratterrebbe di discutere soprattutto a sinistra (se esistesse una sinistra in condizione di farlo). E probabilmente se ne discuterebbe sulla grande stampa, se i padroni dell’informazione non fossero tra i beneficiari di questo stato di cose. Dovendosi invece tenere il paese sotto il giogo di una classe dirigente parassitaria e irresponsabile, lo si deve innanzi tutto mantenere nell’ignoranza. Gli si debbono raccontare storie, ammannire dati truccati o sconclusionati. E poco importa se, di questo passo, il paese si ritroverà ben presto a giocare il ruolo della colonia, al quale del resto l’Unione europea a guida franco-tedesca l’ha prontamente destinato.
Alberto Burgio
ESSERE COMUNISTI