Auguriamoci che il 2012 sia migliore del 2011. Un
augurio da rivolgere soprattutto a chi, uomo o donna, giovane o anziano, nativo
o straniero, non ha certezze per l’oggi e per il domani, e del futuro vede
soprattutto ombre e oscurità. E’ la maggioranza degli abitanti di questo Paese.
Sono coloro che non dispongono di rendite o di patrimoni in qualche modo
accumulati, ma possiedono solo le proprie capacità, da scambiare con i mezzi
per vivere. I giovani disoccupati, certo. Gli operai e i precari, le donne. Ma
non solo loro. C’è anche chi è andato, o dovrebbe andare, in pensione. Insomma,
il multiforme universo dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro: passato,
presente e futuro.
Mandiamo in archivio espressioni come “capitale
umano”, che anche il Presidente della Repubblica, con una imprevista caduta di
stile, si è lasciato sfuggire nel messaggio di Capodanno. Sono persone in carne
e ossa, molte delle quali già soffrono nelle ristrettezze del momento. Mentre
tutte le previsioni per il 2012 volgono al peggio, e della tanto sbandierata
equità del governo Monti finora non c’è sentore. Equità, che per essere tale e
avvertirla come tale, dovrebbe comportare che a pagare la crisi siano quelli che
l’hanno attizzata, non chi la subisce; e che i sacrifici per salvare l’Italia
dalla bancarotta siano ripartiti in modo proporzionale e progressivo in
rapporto ai redditi e alla ricchezza.
Ma non è cosi e i dati, tutti al ribasso, parlano
chiaro: per quanto riguarda l’occupazione, come per i salari e il potere
d’acquisto. Davvero si pensa di poter uscire dalla crisi continuando a
penalizzare il lavoro, come avviene da oltre vent’anni in Italia e in Europa,
privilegiando al contrario rendite e profitti? E colpendo i lavoratori non solo
nei redditi, ma anche nella dignità e nei diritti? Espropriandoli della loro
identità e rappresentanza politica? Dentro i canoni classici del pensiero
liberale questo è un problema che non trova soluzione. Ne è una dimostrazione
anche l’articolo firmato da Eugenio Scalfari il 31 dicembre.
Adesso che ha scoperto che il professore bocconiano
non è un tecnico ma un «finissimo uomo politico», il fondatore di Repubblica
sembra colto da un vertiginoso senso di euforia. Siamo in buone mani, assicura,
giacché questo governo fa suoi i «valori sui quali è nata l’Europa moderna», di
cui «le bandiere tricolori della Grande Rivoluzione sono il simbolo
rappresentativo». Come se – secondo una visione per la verità un po’ retro – si
possano identificare i sistemi economici e politici del XXI secolo nei valori
del mondo settecentesco della borghesia ascendente. Tagliando fuori, tra
l’altro, due secoli di storia del movimento operaio, che ha prodotto la
rivoluzione russa, lo Stato sociale in Europa e in Italia la Repubblica
democratica fondata sul lavoro.
In buona sostanza, il totus politicus prof. Monti ci riporta alla vecchia idea del liberismo, confutata dai fatti e dalla storia, secondo cui il mercato alloca razionalmente le risorse. Per cui, stabilito che il potere economico e politico sta tutto dentro il perimetro della nuova borghesia capitalista, alla quale occorre assicurare un nuovo dinamismo, il problema dell’Italia arretrata consisterebbe nell’affermazione piena dei principi liberali. Ossia, in un salto all’indietro che di fatto azzera la centralità del lavoro, e quindi la Costituzione dell’Italia repubblicana. Una concezione che trascura un piccolo dettaglio: ovvero che la crisi del capitalismo nasce esattamente laddove il liberismo ha raggiunto il suo apogeo, rappresentato dai “liberi mercati” americani; e che la democrazia liberale è in crisi ovunque nel mondo per un deficit organico di rappresentanza.
In buona sostanza, il totus politicus prof. Monti ci riporta alla vecchia idea del liberismo, confutata dai fatti e dalla storia, secondo cui il mercato alloca razionalmente le risorse. Per cui, stabilito che il potere economico e politico sta tutto dentro il perimetro della nuova borghesia capitalista, alla quale occorre assicurare un nuovo dinamismo, il problema dell’Italia arretrata consisterebbe nell’affermazione piena dei principi liberali. Ossia, in un salto all’indietro che di fatto azzera la centralità del lavoro, e quindi la Costituzione dell’Italia repubblicana. Una concezione che trascura un piccolo dettaglio: ovvero che la crisi del capitalismo nasce esattamente laddove il liberismo ha raggiunto il suo apogeo, rappresentato dai “liberi mercati” americani; e che la democrazia liberale è in crisi ovunque nel mondo per un deficit organico di rappresentanza.
Se dunque, come sta avvenendo in Italia e in Europa,
la causa della crisi viene adottata come ricetta per guarire dalla crisi, non
c’è via d’uscita. Né, d’altra parte, si può ragionevolmente ritenere che la
politica, come da più parti si spera, possa mettere sotto controllo “i
mercati”, se sono “i mercati” ad avere in mano la politica. Da questo circolo
vizioso apparentemente senza sbocchi si esce a una condizione: che tutti quelli
che subiscono gli effetti devastanti della crisi, a cominciare dai lavoratori
dipendenti, uomini e donne, si uniscano e si organizzino in un’ampia coalizione
politica.