Argentina Ert Fabbriche lavoratori
Il 20 dicembre l’Argentina ha ricordato i dieci anni dallo spaventoso collasso che nel 2001 rischiò di portare il paese all’implosione. Da allora si è ripresa, con i due mandati a partire dal 2003 dei coniugi Néstor e Cristina Kirchner (appena rieletta per la seconda volta), peronisti di centro-sinistra. Da anni registra tassi di crescita formidabili (più del 7% l’anno scorso), anche se i problemi e le ombre non mancano. Oggi, «l’Argentina è di nuovo in piedi ma grazie alla reazione popolare – dice Ramiro, metalmeccanico -, il 2001 ha segnato l’inizio di un percorso di democrazia diretta, autogestione e assemblearismo che ha dominato l’instabilità economica e sociale instauratasi con la crisi. Le fábricas recuperadas sono l’emblema di questa rinascita».
Se l’angoscia e la disperazione dettate dalla
catastrofica crisi del 2001 ha trovato la sua raffigurazione nell’immagine dei
cartoneros, bambini e adolescenti costretti a procacciarsi carta e materiali
riciclabili tra la spazzatura per sopravvivere, una scossa profonda come un
riflesso condizionato promosso dalle fondamenta della società civile ha dato
vita ad un fenomeno che per dimensioni e peculiarità non trova corrispondenze:
le fabbriche e le imprese autogestite. Occupate dagli stessi dipendenti dopo il
fallimento, preservate dallo smantellamento e rimesse in funzione con risultati
sorprendenti. In Argentina le Ert (Empresas recuperadas por sus trabahadores)
superano le 250 unità con un totale di lavoratori impiegati di circa 12 mila
persone. Ispiratosi al motto «Occupare, resistere e produrre» inaugurato
dall’Mst (i Senza terra brasiliani), le fabbriche recuperate in dieci anni di
esistenza incarnano un fenomeno tutt’altro che transitorio. Nel 2004 attirarono
l’attenzione della scrittrice Naomi Kleyn e del giornalista canadese Avi Lewis
che dedicarono al tema il documentario The Take, la presa, che seguì passo per
passo la battaglia degli operai per la riapertura della fabbrica Força San
Martìn. Basate sull’assetto cooperativo, le Ert funzionano su base assembleare
dove ogni decisione viene presa in modo democratico. Con la preservazione del
posto di lavoro come unico principio guida, il licenziamento cessa di esistere:
l’esclusivo intervento previsto in caso di difficoltà economica consta infatti
nella riduzione dell’orario e dello stipendio. In modo assolutamente paritario.
Scardinando il principio-cardine del capitalismo, l’acronimo Fasinpat
(fabbriche senza padrone) è diventato l’emblema del movimento. Sei le fasi
attraversate da un Ert: esaurita la negoziazione con il proprietario svolta
allo scopo di evitare la chiusura definitiva dell’impresa, si occupa lo
stabilimento; si custodisce il patrimonio destinato alla svendita; si resiste
allo sgombero; si costituisce un metodo assembleare con delegati eletti; si
riprende la produzione ricercando fornitori e studiando la clientela; infine la
fabbrica diventa centro culturale e scuola allo scopo di diffondere una
maggiore coscienza culturale e politica nel lavoratore con l’obbiettivo della
militanza attiva.
«Abbiamo vinto la forza di gravità, quel verticalismo
intrinseco alla società umana – spiega Fabián Pierucci nella hall dell’Hotel
Bauen, albergo di lusso costruito nel centro della capitale dai militari in
occasione del Mondiale ’78 e ora autogestito – stiamo portando avanti una sfida
culturale verso l’abbattimento dell’individualismo, possiamo affermare per il
momento di aver sconfitto il ricatto delle multinazionali salvaguardando il
diritto al lavoro dalla flessibilità del capitale».
Uomo pragmatico, Pierucci, tra i tesorieri della
cooperativa che regge un hotel con 200 stanze e 25 piani, non si lascia andare
a facili entusiasmi: «Bisogna tenere lontane visione romantiche, nulla è
definitivo e scontato». Insieme al compagno Jorge Bevilacqua racconta il piccolo
grande miracolo dell’Hotel Bauen, tra gli emblemi delle Ert in Argentina. Dopo
un’occupazione promossa da 13 lavoratori, oggi la cooperativa conta più di 150
dipendenti. «L’entrata era sbarrata e i ragazzi entrarono da un’uscita
posteriore», racconta Jorge, che si definisce un comunista indipendente.
L’albergo ora funziona a pieno regime.
«Le Ert hanno comunque una radice innegabile nella
crisi del 2001 – argomenta Bevilaqua -, la solidarietà che si è sviluppata
intorno al nostro movimento ha potuto rompere l’egemonia culturale del tempo
solo in un contesto di assoluta mancanza di alternative». Indicando la
pavimentazione aggiunge: «Le piastrelle del bar ci sono state donate dalla
Zanon, tutto questo è possibile solo grazie ad un clima di straordinaria collaborazione
tra lavoratori». La Cerámica Zanón, come l’industria tessile
Brukman,rappresentano infatti altre esperienze fondamentali per il movimento
delle imprese occupate. Di proprietà di Luigi Zanon, uomo politicamente molto
vicino all’ex presidente Menem, l’uomo del neo-liberismo assoluto,
(privatizzazioni selvagge e pesificación, ossia la parificazione del peso col
dollaro) che portò al dissesto argentino, la fabbrica di ceramica si ritrovò
sull’orlo del fallimento nel 2001 quando venne occupata e rimessa in funzione.
Con un’efficacia tale da creare più di 200 posti di lavoro nel giro di pochi
anni.
La fragilità endemica delle fábricas recuperadas resta
però nella legge. Molto ancora è lasciato alla dicrezionalità dei giudici
chiamati all’approvazione degli espropri, mentre solo una minoranza di Ert è
riuscita a coprire in modo definitivo le indennizzazioni immobiliari che lo
Stato argentino richiede alle cooperative autogestite. Tuttavia una larga parte
di fabbriche occupate negli ultimi anni si è organizzata in federazioni allo
scopo di tutelare il lavoro autogestito e dal 2009 funziona la Federazione
nazionale delle fabbriche autogestite.
Essere Comunisti
Alessio
Marri
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