La rosa bianca:
il fiore che terrorizzò il Terzo Reich
C’è
una storia nascosta tra le pieghe del nazismo. Una storia che, come
molte altre, emerge dopo tanto tempo e che viene oggi conosciuta e
riconosciuta come un fondamentale angolo di storia per comprendere la
società tedesca degli anni del secondo conflitto mondiale.
Nell’immaginario collettivo che le immagini ci hanno tramandato, la
Germania di Hitler è fatta di oceaniche adunate sventolanti i
gagliardetti con la svastica, di notturne parate di fiaccole negli
stadi, di giochi di luci in onore del già capolare austriaco divenuto
cancelliere e poi “Führer”. Tutto appare monoliticamente granitico,
indistinguibile, senza confini che non siano tracciati con la perfezione
gemotrica del righello e della squadra. Non c’è stortura, dissenso,
parola di contrasto, né tantomeno immagine di contrasto nella Germania
di Adolf Hitler. L’apparato burocratico e poliziesco del regime
controlla ogni cosa, pone il suo sigillo su tutto e su tutti: siano
svastiche o triangoli di molti colori o stelle di Davide gialle con
sopra scritto: “Jude”, “ebreo”.
Nulla sfugge alla supervisione di Berlino, tutto sembra essere in “ordine” o meglio nell’ordine voluto dalla dittatura hitleriana e ottimamente gestita da Himmler con le SS e dagli alti papaveri della corte nazista: Martin Borman, Joseph Goebbels e la sua magistrale opera di propaganda martellante sulle menti e sui cuori di milioni di tedeschi, per non parlare degli Stati maggiori fanatizzati e fanatizzanti.
Il popolo tedesco, dunque, crede, obbedisce e combatte, mutuando alemannicamente il motto che Mussolini urlava dai balconi a quelle altre adunate oceaniche che plaudivano ogni notizia che portava l’Italia verso la catastrofe.
Eppure, nelle vie delle città tedesche, così ordinate e pulite, così pattuagliate e guardate a vista, la ribellione serpeggia, è carsica e si fa vedere senza volti, si mostra col timbro postale su una lettera che raggiunge una qualunque famiglia. Si apre la busta, si legge il contenuto. E’ un appello a non dare ascolto alla “vittoria finale” proclamata da Hitler; è un appello a muovere le coscienze e unirsi per sollevarsi contro la carneficina della guerra che porterà i Paesi tedeschi alla distruzione e alla più triste delle catastrofi. E’, poi, anche un appello al futuro, a riprendere in mano le sorti della nazione per farne uno dei capisaldi dell’Europa federalista, libera dai totalitarismi e unita in una confederazione di stati che perseguano la pace la solidarietà sociale come presupposto della rinascista continentale.
C’è una firma: “Die Weiße Rose“, “La Rosa Bianca“. Nessun nome. Ma qualcuno l’ha stampato quel volantino. E’ un ciclostilato comune, lo si può produrre facilmente. Meno facilmente lo si può fare alla luce del sole. Per questo, quando nel 1942 iniziano a circolare gli scritti de “la Rosa Bianca”, la Gestapo si attiva e si attiva anche la comune polizia del Reich. Ma nessuno riesce ad individuare gli autori di quelle missive.
